Il blog di chi insegue grandi utopie, ma non ama i miti, tanto meno il mito di Sant'Agostino, e ancor meno il mito di De Mita!

venerdì 23 novembre 2007

Un popolo senza memoria è senza futuro




UNA TESTIMONIANZA D'AUTORE
Dalle mie parti siamo tutti esperti di terremoto, almeno quelli che quando venne la scossa erano adulti: ventitré novembre 1980, le sette e mezza della sera, la terra fa tremare tutto l'Appennino meridionale, l'epicentro è tra le province di Avellino, Salerno e Potenza, una decina di paesi completamente distrutti (Conza, Laviano, San Mango, Sant'Angelo dei Lombardi, Lioni, solo per ricordarne alcuni) altre centinaia danneggiati più o meno gravemente, tremila persone morte, schiacciate dal peso delle case rotte, adesso penso al fatto che non tutte sono morte subito, c'è chi sarà rimasto in agonia per qualche ora, chi avrà sentito i soccorritori che stavano per raggiungerlo e non ce l'hanno fatta a prendergli le mani, il terremoto dal punto di vista dei morti è una cosa fatta di travi sulla pancia, di buio, di gambe rotte, è un trovarsi nella spina della vita all'improvviso, sei con la bocca davanti alla maniglia della tua stanza, guardi un televisore spento, stavi vedendo la partita, tua moglie era in cucina che preparava la cena, giocavano la Iuventus e l'Inter, ma non sai com'è andata a finire, sai che sta finendo la tua vita e ti fa rabbia che continua quella degli altri, ombre che staranno lì a spartirsi questo curioso bottino che è il tempo che passa, tu sei stato appena riportato tra loro, non puoi sapere che stanno polemizzando sui soccorsi che non sono arrivati, è arrivato il presidente della Repubblica e ha fatto una scenata alla classe politica, quella che ignorava che il cemento della tua casa era disarmato, quella che non si è preoccupata che la casa in cui è morta tua madre era fatiscente nonostante tu vivessi nel mondo che si dice progredito, il mondo che anche nel tuo paese aveva voltato le spalle alla civiltà contadina per sistemarsi nella modernità incivile, è in nome di questa modernità che cominciarono a ricostruire la tua casa e quella degli altri, pensarono perfino che non bastavano le case, ci volevano anche le industrie, ora molte di quelle case sono chiuse come la tua cassa da morto e lo stesso è avvenuto per quelle industrie, non sai che questo fatto a un certo punto è stato utilizzato per combattere quelli che comandavano in queste zone, non sai che le persone del nord Italia che vennero qui ad aiutare furono assai deluse dal sapere di tanti sprechi (si parla di una spesa di sessantamila miliardi di lire, ma i conteggi cambiano a seconda di chi li fa) e diedero credito a un partito che nasceva per dire basta con questa storia del sud, il problema siamo noi, i soldi che facciamo col nostro lavoro non ce li deve togliere nessuno, e infatti nessuno glieli ha tolti, come nessun scandalo a noi ci ha tolto quelli che comandavano e che comandano ancora e che adesso fanno coi fondi europei quello che fecero col terremoto, pure questa è una faccenda scandalosa, ma per ora non fa notizia, manca il detonatore della tragedia, intanto pure l'ingegnere che ha costruito la tua casa caduta non è andato in galera e neppure chi l'ha ricostruita in maniera piuttosto orrenda, il terremoto per te è finito con la fine della scossa, ma per gli altri è continuato molti anni ed è stato una corsa a fare soldi, in questa corsa non c'era tempo per pensare alla bellezza dei paesi, il problema era solo allargali, allungarli e l'opera è stata compiuta con genio e vi hanno partecipato un poco tutti, dal parlamentare che ha fatto la legge per cui si potevano aggiustare anche case che non si erano rotte, all'architetto che ha disegnato con la matita della venalità, al cittadino che si è messo in fila ad attendere quello che gli spettava e se possibile anche qualcosa di più, ora tutti si lamentano, tutti a dire che si stava meglio prima del terremoto, tutti a rimpiangere un tempo in cui si era più uniti e più buoni, a me pare di averla vista questa bontà e questa unione solo fino a quando è durata la paura, fino a quando la gente ha dormito nelle macchine, fino a quando abbiamo cercato di salvarti, poi è andata un po' come ti ho detto.
Franco Arminio, scrittore irpino

domenica 11 novembre 2007

Il disagio sociale in Irpinia


Con questo post vorrei sollecitare una riflessione critica sulla nostra realtà, per cercare di sensibilizzare le coscienze di tutti noi sulla questione del "disagio giovanile" sempre più diffuso e crescente nelle zone interne del Meridione, precisamente in terra irpina, troppo spesso considerata (erroneamente e superficialmente) come un'"oasi felice". Un pezzo dell'Italia meridionale, che in realtà rivela un progressivo imbarbarimento dei rapporti sociali e interpersonali, un pericoloso arretramento e peggioramento delle condizioni di vita dei soggetti più deboli e indifesi, in modo particolare delle giovani generazioni e degli anziani. Pertanto, intendo subito puntualizzare che la formula linguistica adoperata (ossia "disagio giovanile") è errata e fuorviante, in quanto il disagio non è legato ad una condizione meramente anagrafica. Sarebbe invece più corretto parlare di "disagio sociale", benché questo malessere investa soprattutto le "categorie" dei giovani e degli anziani, ossia le fasce più fragili e vulnerabili della nostra società, essendo più esposte alle difficoltà e alle avversità, anzitutto materiali, che l'esistenza quotidiana oppone ed impone agli esseri umani, senza offrire alcuna speranza di "salvezza" o di superamento. La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell'emigrazione (anche per le fasce sociali maggiormente scolarizzate), il ricatto sempre più anacronistico ed obsoleto, ma tuttora vigente, delle clientele politico-elettorali, la crescente precarizzazione dei contratti di lavoro e più in generale della stessa esistenza, l'assenza di tutele e diritti: queste sono tra le cause più drammatiche, profonde e strutturali che generano ed alimentano il malessere materiale ed esistenziale dei giovani. Intere generazioni che nascono, crescono e si formano culturalmente nella nostra terra, l'Irpinia, ma poi sono costrette ad emigrare altrove, per far valere le proprie qualità e il proprio talento, per rinvenire un luogo in cui vivere decorosamente, per scoprire un ambito in cui realizzarsi non solo dal punto di vista professionale, ma anche sul piano umano e sociale. Se invece restano, sono costrette a "scelte" obbligate estremamente umilianti ed avvilenti, quali inchinarsi al solito "santo patrono protettore", oppure farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Queste condizioni non sono per nulla dignitose, e in nessun caso permettono di affermare la propria indipendenza economico-materiale, ma soprattutto di pervenire alla piena autonomia sotto il profilo umano, sociale e politico. Si tratta infatti di situazioni sempre precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori. Con queste righe io intendo scagliarmi contro l'ipocrisia, l'indifferenza, l'impotenza, l'inefficienza, lo strabismo delle istituzioni locali, apatiche ed incapaci di interrogarsi seriamente per cogliere le cause reali del "fenomeno", ossia le ragioni di questa diffusa disperazione di tipo sociale ed esistenziale. Cause che sono sotto gli occhi di tutti e coincidono soprattutto con uno stato di emarginazione, solitudine e precarizzazione crescente che investe soprattutto i giovani, ma non solo i giovani. Infatti, nelle nostre zone sono tanti i disoccupati che hanno oltre 30 anni, se non oltre 40 anni, oppure tanti - e destinati ad aumentare, purtroppo - sono i lavoratori già "anziani" che si trovano senza lavoro e senza speranza dopo un licenziamento improvviso e inatteso. Per comprendere la crescente drammaticità della situazione, basterebbe citare un dato davvero impressionante ed allarmante, che dovrebbe scuotere le coscienze intorpidite di ciascuno di noi : nel 2006 il numero dei suicidi in provincia di Avellino ha superato quota 40! E il 2007, ancora in corso, non sembra (purtroppo) essere da meno. Per non parlare dell'elevato e crescente numero dei decessi dovuti ad overdose. Queste cifre sono davvero raccapriccianti ed inquietanti, e non possono non turbare la nostra sensibilità, ma soprattutto dovrebbero indurre a tentare qualche giusto provvedimento, tutti coloro che sono deputati a livello politico-istituzionale per rispondere a drammatiche "emergenze" sociali come quella dei suicidi e dei decessi per overdose, oppure degli infortuni mortali sul lavoro. Senza dubbio si tratta di problematiche tra loro distinte e separate, che esigono e comportano interventi differenziati, ma richiedono comunque un'analisi razionale, organica e totale, in grado di indagarne, comprenderne e spiegarne le cause. Ebbene, quale è la "risposta" messa in campo dalle istituzioni politiche locali? Semplice: il ricorso sistematico ed imbelle alle forze dell'ordine, all'inasprimento dei controlli (anche di tipo elettronico) e dei posti di blocco, alla repressione poliziesca, come se questi sistemi autoritari e coercitivi potessero rimediare efficacemente al malessere diffuso e dilagante nelle nostre comunità, che trae origine da altre "emergenze" e da altre problematiche sociali che ancora non hanno trovato una soluzione adeguata e razionale: la disoccupazione, la nuova emigrazione, la crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, l'assenza di diritti e tutele, di speranze per i tanti giovani, e meno giovani, dell'Irpinia.

Ascesa e caduta di un tiranno


IL BUROSAURO REX

Il Burosauro Rex è una specie animale in via di estinzione. Gli esemplari tuttora viventi sono rarissimi e sono stati scoperti in quel di Nusco, Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi, centri situati in terra irpina, ossia in quei luoghi che in passato erano densamente popolati da una foltissima colonia di questi rettili giganteschi e terrificanti, come risulta dai numerosi reperti fossili ritrovati in quelle zone primitive e sottosviluppate. I rettili Burosauri hanno conosciuto la loro massima prosperità ed espansione durante l’epoca giurassica, risalente ad oltre 150 milioni di anni fa, quando abitavano e dominavano le terre, i cieli e le acque del mondo intero, ricoprendo tutte le massime cariche pubbliche dello Stato. Per cause non ancora accertate, essi si sono estinti quasi del tutto (ripeto quasi). La parabola dei Burosauri costituisce uno dei casi più interessanti, misteriosi ed emblematici nella storia dell'evoluzione e della selezione naturale delle specie viventi. Oggi, i pochissimi esemplari sopravvissuti risiedono nelle aride e desolate lande della burocrazia ministeriale, ma devono sostenere un’aspra e spietata competizione esercitata da parte dei Tecnocrati, una nuova specie di rettili che si rivelano estremamente voraci ed agguerriti, la cui progenie si fa sempre più nutrita, prolifica e possente. La famiglia più viscida e feroce dei burosauri appartiene al ceppo degli Irpini, un gruppo sempre più esiguo e circoscritto a pochi esemplari, ormai isolati dal resto del mondo e destinati inesorabilmente ad una completa estinzione. Almeno questo è l'auspicio!

sabato 10 novembre 2007

Dal Limbo in Paradiso...


Che fregatura!
Dopo l'abolizione del Limbo decretata improvvisamente (e inaspettatamente) dal pastore tedesco "riformatore", francamente si comincia ad avvertirne la mancanza… Il Limbo, quella meravigliosa zona dell'aldilà, sospesa tra Bene e Male, tra il Paradiso e l'Inferno, laddove chi non era battezzato dimorava in eterno, oziando beatamente, senza doveri né obblighi da osservare, senza regole, limiti o freni inibitori, senza imposizioni e coercizioni da subire, senza dogmi, precetti, impegni da assolvere, senza alcuna autorità a cui obbedire e sottostare, senza re, preti e signori, in uno stato perenne di libertà, ignavia e vacanza dal lavoro... Insomma, la grandiosa utopia dell'anarchia si concretizzava finalmente in un luogo (ex)perpetuo, il Limbo (appunto), dove non si faticava ma si poteva poltrire liberamente, non si doveva onorare ed ossequiare nessuno, né Dio, né i santi, né la Madonna o lo Spirito Santo, senza timor di Dio e tanto meno del Diavolo... Ed ora? Ora tutte le anime nullafacenti che per millenni hanno sostato sospese nel Limbo, conducendo un'esistenza neghittosa e libidinosa, dovranno trasferirsi per forza in Paradiso! Miliardi di anime ignave ed accidiose dovranno abituarsi ai frenetici ed "infernali" ritmi di vita imposti in Paradiso, saranno costrette a contemplare Dio, a pregare e digiunare, ad astenersi da ogni peccato... Che peccato! Dovranno alzarsi prestissimo, recitare una sequela di orazioni, salmi e litanie, ascoltare lunghissimi e noiosissimi sermoni dal pulpito divino, seguire interminabili processioni di vergini, santi, beati e martiri, venerare la Madonna e ricevere la grazia dello Spirito Santo, consumare pasti frugali e fare la fame, rinunciare ad ogni piacere ed ogni divertimento (soprattutto notturno), andare a letto presto senza vedere nemmeno Carosello... Un vero Inferno!
PERTANTO, RIVOLGIAMO UN ACCORATO APPELLO A BENEDETTO XVI AFFINCHE' RIPRISTINI CON URGENZA IL LIMBO! COMINCIAMO A SOTTOSCRIVERE UNA PETIZIONE UNIVERSALE... SALVIAMOCI FINCHE' SIAMO IN TEMPO!

L'azienduola


Ormai sono cosciente di lavorare in un’azienda... ma in un'azienda di serie B!
Quando, anni fa, decisi di fare l’insegnante e fui assunto nella scuola in quel ruolo, non immaginavo certo di dover operare in un’azienda. Anzi, ero convinto (ingenuamente) che il mondo della scuola fosse estraneo ed immune da ogni logica capitalista. Anche per questo scelsi l’insegnamento, che reputavo una professione creativa e pensavo offrisse molto tempo libero, un bene più prezioso del denaro. A distanza di anni dal mio esordio lavorativo, eccomi catapultato in un ingranaggio di fabbricazione industriale, con la differenza che nella scuola non si producono merci di consumo. Del resto, non mi pare di aver ricevuto una preparazione idonea a svolgere un’attività manifatturiera - ma si sa, viviamo nell’era della "flessibilità"!Ormai sento sempre più spesso adoperare un lessico tipicamente imprenditoriale (ma senza avere alcuna imprenditoria e alcun imprenditore... Ah, dimenticavo i "presidi-manager"! Eh eh eh!): termini e locuzioni come "economizzare", "profitto", "utenza", "competitività", "produttività", "tagliare i rami secchi" e via dicendo, sono diventati di uso assai comune, soprattutto tra i cosiddetti "dirigenti scolastici", che non sono più esperti di psico-pedagogia e didattica, ma pretendono di essere considerati "presidi-manager". Perlomeno, in tanti si proclamano e si reputano "manager", ma sono in pochi a saper decidere abilmente, e con la dovuta trasparenza, come, quando e perché spendere i soldi, laddove ci sono. Inoltre, anche nella Scuola Pubblica si sono ormai affermati alcune tipologie di organigramma e alcuni metodi di gestione mutuati dalla struttura manageriale dell’impresa neocapitalista, ma che applicati nella realtà delle scuole si rivelano assolutamente inappropriati, infausti e devastanti. All’interno di questo assetto gerarchico sono presenti vari livelli di comando e subordinazione. Si pensi, ad esempio, al "collaboratore-vicario" che, stando all’attuale normativa, viene designato dall’alto, direttamente dal dirigente (prima, invece, era il Collegio dei docenti che eleggeva democraticamente, cioè dal basso, i suoi referenti, a supportare il preside nell’incarico direttivo). Si pensi alle R.S.U., ossia i rappresentanti sindacali che sono eletti dal personale lavorativo, docente e non docente. Si pensi alle "funzioni strumentali", ossia le ex "funzioni-obiettivo", che nella realtà si sono rivelate quali "disfunzioni" con un solo obiettivo: accaparrarsi i fondi aggiuntivi. In altri termini, si cerca di emulare, in maniera comunque maldestra, la mentalità economicistica, i sistemi ed i rapporti produttivi, i comportamenti e gli schemi psicologici, la terminologia e l’apparato gerarchico, di chiara provenienza industriale, all’interno di un ambiente come la Scuola Pubblica, cioè nel contesto di un’istituzione statale che dovrebbe perseguire come suo fine supremo "la formazione dell’uomo e del cittadino" così come detta la nostra Costituzione (altro che fabbricazione di merci! ). E’ evidente a tutte le persone dotate di buon senso o di raziocinio, che si tratta di uno scopo diametralmente opposto a quello che è l’interesse primario di un’azienda, cioè il profitto economico privato. La Mor-Attila, Fi-oro-ni e i vari "manager" della scuola, in buona o in mala fede confondono tali obiettivi, alterando e snaturando il senso originario dell’azione educativa, una funzione che è sempre più affine a quella di un’agenzia di collocamento o, peggio ancora, a quella di un’ area di parcheggio per disoccupati permanenti. Ma perché nessuno mi ha avvertito quando feci il mio ingresso nella scuola? Probabilmente, qualcuno potrebbe obiettare: "Ora che lo sai, perché non te ne vai?". Ma questa sarebbe un’obiezione di stampo aziendalista e come tale la rigetto!

Lavorare meno per lavorare tutti!


Sovente penso a un paradosso di portata storica globale che pure mi riguarda personalmente, ma che investe direttamente ciascun essere umano. Mi riferisco a un’oggettiva contraddizione tra il crescente progresso tecnico-scientifico compiuto soprattutto negli ultimi decenni, che permetterebbe all’intero genere umano di vivere molto meglio, e la realtà planetaria che evidenzia un sensibile peggioramento delle condizioni economiche, materiali e sociali, soprattutto dei produttori e dei lavoratori salariati (anzi sotto-salariati) che vivono anche nel mondo occidentale cosiddetto “avanzato”. Ebbene, grazie alle più recenti conquiste dello sviluppo tecnico e scientifico, la grandiosa, nobile, quanto antica “utopia” dell’emancipazione dell’umanità (tutta l’umanità) dal bisogno di lavorare e, quindi, dallo sfruttamento materiale, è teoricamente (ossia virtualmente) realizzabile, oggi più che nel passato, nel senso che sarebbe oggettivamente possibile, oltre che necessaria, ma nel contempo è impraticabile, almeno nel quadro dei rapporti giuridici ed economici esistenti, che si basano sulle leggi e sulle tendenze classiste insite nel sistema capitalistico-borghese, che non a caso attraversa un periodo di grave crisi strutturale. Pertanto, l’idea dell’affrancamento definitivo e totale dell’umanità dallo sfruttamento e dall’alienazione che si compiono durante il tempo di lavoro, appare molto prossima alla sua attuazione. Pur tuttavia, ciò non potrebbe compiersi senza una violenta rottura rivoluzionaria rispetto al predominio capitalistico-borghese vigente su scala planetaria. Mi riferisco esplicitamente all’abolizione della proprietà privata dei grandi mezzi della produzione economico-materiale che è detenuta dalla borghesia capitalistico-finanziaria. Come gli antichi greci si occupavano liberamente, e amabilmente, di politica, di filosofia, di poesia e delle belle arti, e godevano di tutti i piaceri offerti dalla vita, in quanto erano esonerati dal lavoro materiale svolto dagli schiavi, così gli uomini e le donne di oggi potrebbero dedicarsi alle piacevoli attività del corpo e dello spirito, affrancandosi finalmente dal tempo di lavoro affidato esclusivamente ai robot e condotto grazie ai crescenti processi di automazione e informatizzazione della produzione di beni materiali. Questo traguardo storico rivoluzionario è oggi raggiungibile, almeno in teoria, proprio in virtù delle enormi potenzialità “emancipatrici” ed “eversive” offerte dallo sviluppo della scienza e della tecnica soprattutto nel campo della robotica, della cibernetica e dell’informatica.